Come spesso accade, compiamo atti o pronunciamo frasi di cui non abbiamo piena o alcuna consapevolezza. Abbiamo mai riflettuto sulla profonda valenza di due semplici parole seguite da un punto di domanda che non pronunciamo/scriviamo più o, se lo facciamo, ciò avviene con una superficialità e distrazione tale che non si attiva la magia? Che magia? Quali parole?
Tralasciamo per ora la magia e cominciamo col dire che le parole sono “Come va?".
Premesso che l'essere umano è un animale sociale e (attenzione) non ho detto “social”, perché sono sempre più convinto che “social” e “sociale” non vadano affatto a braccetto, ebbene l’uomo, in quanto tende a organizzarsi in società, non può che essere socievole. Immaginate, una società senza socievolezza sarebbe intrisa d’arroganza, contrapposizione, prevaricazione, insomma, né più né meno che la società dei nostri giorni...ops! Ok, diamo per inconfutabile che l'uomo sia sociale e di conseguenza pure socievole, allora il “Come va?” con cui esordiamo (si spera) quando ci incontriamo, può davvero fare la differenza in positivo nell’irto cammino per l’empatia. Chiaro, dev'essere pronunciato con convinzione, trasudante curiosità e disponibilità ad ascoltare, non come un banale “Ciao Bro” o uno scarnificato “Cia” e senza distrarsi, tipo digitando inebetiti su uno stupido telefonino. Meglio ancora se accompagnando alla frase un linguaggio del corpo coerente, un tono di voce sincero e interessato e, crepi l’avarizia, uno sguardo complice e un bel sorriso. Solo così potremo sperare di stabilire una connessione sincera e proficua con l'altro, trasferendo il nostro interesse per la sua vita e il suo benessere e facendo capire che "ci importa di lui" e che siamo aperti al dialogo.
E poi, non è che, fatta la domanda come da indicazioni, finisca lì. Non “dimentichiamo” d’ascoltate l'altro, annuendo, ripetendo qualche parola qua e là per far capire che seguiamo il filo del discorso, manifestando apertamente il nostro pensiero. E se l’altro a sua volta ci chiede “Come va?” non diamo per scontato che sia una mera domanda di cortesia; al contrario, attribuiamo a quella curiosità il giusto peso e rispondiamo senza dare la sensazione d’aver fretta o sminuire la richiesta.
Ciò detto, spero risulti inequivocabile come questa piccola frase, buttata lì per lì quasi per caso, se utilizzata bene, possa migliorare il singolo, contribuendo alla sua felicità e rendere la società un luogo sano in cui ci si sente un tutt’uno con gli altri, compresi e al sicuro. Quindi, impegniamoci a far sì che questa domanda non scada a un mero rituale amorfo e senza valore, una formula di cortesia che scambiamo quasi automaticamente, stile “Prego, si accomodi” o “Chi è l’ultimo?”. Lasciamo che sia ciò per cui da tempi immemorabili è sorta ed è arrivata sino a noi, una potente "magia" per costruire solide relazioni,mostrare vero interesse per gli altri e creare un profondo senso di comunità.